Home |  Organismi Dirigenti  |  Link  |  Contatti  |
Feed RSS 
  lunedi 19 febbraio 2018 Partito Democratico Cesena
| Circoli | Dichiarazioni | Iniziative ed eventi | Parlamentari e consiglieri | Feste democratiche | SPECIALE AMMINISTRATIVE | Bilanci |
La nostra "force tranquille" contro la loro imprudenza

17 gennaio 2018


La Flat tax è il tipico prodotto da bacchetta magica, come ha affermato il ministro Padoan; manca palesemente di copertura economica ed è supportata - nella forma descritta dal centrodestra - unicamente da economisti falliti e santoni della pseudo-economia rifiutati dalle università. Quanto colpisce, infatti, della pervicacia che le destre mettono in campo nella promozione della flat tax è proprio la mancanza di basi scientifiche di cui la proposta soffre. La questione è di non “piccol affare” dacché l’economia non è una materia di interpretazione personale della realtà. Ma in un dibattito pubblico nel quale è da tempo avvenuto il sacrificio della realtà sull’altare della percezione, la schizofrenia di numeri e ricette è niente di più di quanto ci saremmo dovuti aspettare.
Siccome, però, i problemi sistemici del nostro paese permangono intatti nonostante le fughe dalla realtà, ritengo necessario per il nostro partito configurarsi come la “force tranquille” dell’arco costituzionale e adottare di conseguenza un linguaggio di assoluta verità e profonda responsabilità.
In assonanza con quest’idea, voglio proporre una breve analisi politica della proposta che la destra avanza sulla flat tax, tentando al contempo di traguardare il futuro e allargare la nostra offerta programmatica per dare continuità al positivo lavoro di questi anni.
Vengo ad argumentum.
Non esiste un solo studio/paper o un solo Paese nel quale vige la flat tax che avalli la veridicità di quanto afferma un farneticante Berlusconi come “la flat tax si pagherà da sola” o “ridurrà l’evasione”. Esistono, dall’altra parte, numerosissimi casi che ci portano a pensare l’esatto contrario. 
A questo proposito lasciamo parlare i numeri e le considerazioni contenuti in un paper del FMI risalente al 2006 (WP/06/218), redatto dagli economisti Michael Keen, Vitae Kim e Ricardo Varsano. Nonostante l’anzianità di tale studio, esso è considerato una pietra miliare nell’analisi della "tassa piatta”. 
Nelle conclusioni, pagine 36 e 37 del paper, essi affermano: 

“Eccetto che in Russia, la seconda ondata di riforme della flat tax con basse aliquote è stata associata ad un’ abbassamento delle entrate fiscali: reazioni comportamentali possono aver mitigato il mancato gettito ma in nessun caso ci sono state evidenze di effetto-Laffer, infatti nessuna di queste riforme ha generato effetti tanto forti da "pagarsi da sola". E in Russia il forte aumento del gettito fiscale sembra decisamente essere dovuto più ad una più ampia ripresa macro-economica che alla riforma che ha introdotto la flat tax."
[...]
"Ci sono evidenze che mostrano un miglioramento nel rispetto degli adempimenti fiscali. Questo è in linea con una possibile visione della natura dell’evasione fiscale in circostanze dove l’amministrazione pubblica è estremamente debole - e questo può essere valido per la situazione di altri paesi che adottano la flat tax - ma non ci sono evidenze che portano a pensare che esso sia dovuto ad una riforma dei parametri fiscali piuttosto che a contemporanei correttivi per rinforzare i controlli.”
[...]
“Se, da una parte, la creazione di un’aliquota unica è di per sé una semplificazione, la struttura delle aliquote non è di per sé la fonte primaria di complicazioni nella tassazione. Queste provengono piuttosto da esenzioni e trattamenti speciali di vario genere. Sondaggi in Russia mostrano che il sistema di tassazione nel suo complesso, dopo l’entrata in vigore della flat tax, non viene visto come meno complesso.”
[...]
“La flat tax è stata adottata nel mondo da nuovi governi ansiosi di segnalare un cambio di regime economico verso politiche più liberiste e utili a guadagnarsi la fiducia dei mercati. Dove tale reputazione non doveva essere acquisita, il richiamo della flat tax è stato conseguentemente minore.”
[...]
“Ma quanto rimane davvero non chiaro è la sostenibilità della flat tax. Dal punto di vista strutturale, dove la flat tax è stata implementata essa non fornisce un quadro coerente per affrontare le difficoltà internazionali nel tassare le rendite da capitale.
[…]
"Considerazioni di politica economica portano a considerare fondamentale l’adozione di aliquote e piani fiscali che beneficino la classe media: esattamente quel gruppo che tende ad essere maggiormente penalizzato dall’adozione della flat tax.
[...]
“Traguardando il futuro, quindi, la vera domanda non riguarda quanti stati adotteranno la flat tax ma quanti l’abrogheranno”.

Conclusioni chiarissime, che ci danno l’immagine di una tassa anti-moderna che, oltre ad essere iniqua, è anche del tutto inefficace per lo sviluppo di un’economia che dovrà necessariamente migrare verso la creazione di alto valore aggiunto e la competizione sull’aspetto qualitativo e di alta gamma dei processi. Bisogna ricordare, infatti, che la crisi di questo decennio ci ha lasciato un solo grande insegnamento: la strada per far crescere l’Italia passa per l’investimento in innovazione, ricerca, istruzione in modo tale da mettere in campo ogni strumento per cogliere l’unico treno di questo secolo, quello dell’industria 4.0 e dell’economia digitale. Questi sono gli unici fattori che possono creare valore aggiunto, posti di lavoro, maggiore gettito fiscale e di conseguenza anche maggiori spazi di manovra per gli interventi della politica.
Il resto è davvero fumo negli occhi, una marea di falsità senza dignità e responsabilità.
Chi crede ancora che sia la leva fiscale - con riduzioni di tasse a pioggia e indiscriminate, anche alle aziende che non investono in innovazione e sviluppo dell’export, ad esempio - lo strumento utile alla crescita sostenibile di un paese occidentale vive nell’altro secolo. La pressione fiscale va certamente fatta scendere ma bisogna farlo in modo mirato. Ad esempio, col piano Industria 4.0 si danno vantaggi fiscali automatici a chi investe. La scelta è quella di incentivare chi investe, quindi chi assume (e fa ripartire i consumi interni) e di evitare un enorme taglio fiscale uguale per tutti, che al contrario si traduce in vantaggio molto piccolo per le singole persone e le singole imprese. La seconda opzione è ovviamente la più spendibile elettoralmente ma anche la più inutilmente costosa poiché non selettiva. Da qui lo spunto di riflessione politica: il Pd ha dimostrato la propria forza quando ha saputo compiere delle scelte, che di volta in volta hanno scontentano taluni e soddisfano talaltri, ma sono state nell’orizzonte del bene comune, nella consapevolezza che quanto deciso fosse a bilancio positivo per il Paese tutto. In questi anni di governo abbiamo spiegato che la politica fiscale dev’essere innanzitutto amica degli investimenti, dell’innovazione e del lavoro. Con il Piano Industria 4.0 si è lasciato in eredità a noi ragazzi il piano di politica industriale e di mutazione produttiva più ampio e dotato finanziariamente d’Europa. Perciò in questa campagna elettorale avremo il compito di dare seguito al secondo - e al terzo - pezzo del ragionamento sull’Industria 4.0: le nuove competenze necessarie al mondo del lavoro, lo sviluppo dei competence center in concerto con atenei, aziende ed interlocutori istituzionali, il continuo aggiornamento sia delle tecnologie che dei lavoratori per non farci trovare sempre impreparati di fronte ai cambiamenti globali, la riconversione del sistema produttivo verso le fonti rinnovabili, l’investimento nella banda larga, la politica di internazionalizzazione del "sistema paese”. Il terzo pezzo del ragionamento ruota attorno alla presa di responsabilità che il PD si deve assumere nell’affermare con forza che tali e tanti cambiamenti come quelli sopracitati sono da sostenere con risorse provenienti dalla tassazione dei patrimoni che immobilizzano denaro e non ne permettono la messa in circolo. Solo in Italia si parla di 1000 miliardi.
Fin qui ho delineato grandi programmi, in apparenza troppo ambiziosi per una nazione vecchia e lacera come la nostra. Ma devo dire con estrema sincerità, sollevando lo sguardo dalle contingenze politiche quotidiane, che questi anni di governo del PD hanno dimostrato che di passi avanti nella giusta direzione se ne possono fare. La fase 1 del Piano Industria 4.0 è stata un successo, ad esempio. Il PD, quindi, gode della credibilità per farsi portatore dei progetti più alti. Certo, il nostro ruolo sarà più scomodo di quello dei marchettari della flat tax ma auspico che saremo decisi nel perseguire l’unica strada possibile per la crescita, tralasciando le scorciatoie che portano sempre al burrone.
Torno l’ultima volta sulla flat tax per affrontare il tema relativo alle coperture di bilancio: Berlusconi e i suoi ci dicano dove trovare quella decine di miliardi necessarie all’introduzione della flat tax. Non si risponda “si pagherà da sola”, affermazione degna di un vero analfabeta economico, o “ridurrà l’evasione” perché entrambe sono elaborazioni personali di un uomo di 81 anni che spara cifre come numeri del lotto, senza alcuna valenza economica e numerica.
Ma quello che risulta disarmante più di ogni altra cosa è l’assoluta irresponsabilità della proposta e dell’atteggiamento del centro-destra attorno ad essa: si va in televisione e si lanciano numeri senza senso e ogni giorno diversi, insomma, completamente "a casaccio”.
La questione è grave poiché nel mezzo c’è il paese: il suo bilancio, il suo immenso debito pubblico e il rischio di giocare con la vita reale di 60 milioni di italiani. L’irresponsabilità di far credere alle persone che sia possibile tagliare decine di miliardi di imposte senza far crollare l'intero sistema come nel 2011. La realtà è che quei soldi non ci sono e non ci saranno mai fin quando l’Italia proverà a salire sul treno della Prima Europa, quella avanzata, quella che può spingerci dentro uno sviluppo realmente moderno. Quell’Europa che, vorrei ricordare, non adotta la flat tax, come non esiste alcuna nazione avanzata in senso pieno che abbia mai ritenuto di introdurla.
Non dimentichiamo, poi, che nel corso del 2018 avrà inizio il tapering della BCE sull’acquisto di titoli di stato (quantitative easing) quindi la spesa per interessi ricomincerà ad aumentare, la necessità di far scendere il deficit permarrà come imperativo (non per l’Europa eh; quel colossale debito pubblico è una cosa nostra, tutta italiana, che sull’Italia pesa da troppi decenni) e, sempre in questo quadro, c’è il rischio di un’ulteriore restrizione del credito bancario dovuto all’entrata in vigore di nuove norme. Insomma, le risorse non saranno abbondanti e la loro allocazione dovrà essere quanto più possibile mirata ed efficiente. Ma questo alla destra sembra non interessare.

Dal contesto tratteggiato dovrebbe, quindi, essere chiaro il messaggio che ha voluto lanciare ieri il commissario UE agli affari economici, Pierre Moscovici, che ha suonato l’allarme parlando di “rischio politico” per l’Unione derivante dalle elezioni italiane del 4 Marzo. L’intervento non è stato un’indebita intrusione nella mischia nostrana ma ha, invece, manifestato la legittima preoccupazione di salvaguardare la stabilità dentro le mura della casa europea che è sostenuta anche da muri italiani.
Perchè, al di là, delle strettoie economiche che il 2018 ci riserverà, il vero rischio è tutto politico: la divaricazione del nostro paese dal resto del convoglio europeo, la lenta deriva verso un auto-isolamento di fatto, in mancanza di sponde europee. Anche perché gli altri paesi europei corrono ed in modo particolarmente inatteso lo fanno soprattutto i nostri partner del meridione continentale, la Spagna, il Portogallo, la Grecia e Cipro. Del resto la Francia sta riguadagnando posizioni economiche e vede ritornare all’antica forza l’asse-locomotiva con la Germania. E' inutile nascondere che le crescenti virtù altrui mettono l’Italia sotto pressione: possiamo scommettere che nei prossimi anni il rilancio del progetto europeo sarà forte, guidato da un vulcanico e brillantissimo Macron e da una Germania mai tanto solida. Ma il rilancio sarà selettivo, comprenderà chi vorrà starci e ne avrà le carte in regola. Allora se vogliamo vedere un’Italia prospera, che vince le sue sfide nel mondo, non credo esista altra prospettiva possibile se non quella di una fortissima integrazione con l’Europa a massima velocità.
Allora il 4 Marzo la scelta sarà tra un’Italietta ignorante, povera, sempre rassegnata, chiusa in sé stessa, destinata al Terzo Mondo e un’Italia assetata di conoscenza, prospera, pro-attiva e ottimista, che gioca le sue partite nel "villaggio globale”, aperta alle contaminazioni esterne e sempre pronta ad offrire al mondo intero la propria bellezza senza paragoni.
Buon voto.

Tommaso Pollarini, segretario Giovani Democratici Cesena



TAGS:
dichiarazioni |  circoli | 

Bookmark and Share



SCRIVI UN COMMENTO [* campi obbligatori]
Nome *
Email *
Titolo *
Messaggio *
Codice *
inserire la somma dei numeri in rosso.



Girafeste: scopri tutte le feste del PD dell'Emilia-Romagna
Link utili
Link utili
Ricerca nel sito
»

cesena dichiarazioni primarie cesenate parlamentari e consiglieri feste democratiche pd iniziative ed eventi
 Partito Democratico Cesena - Viale Bovio n. 48 - 47521 Cesena (FC) - tel 0547-21368 - fax 0547-25304 - e-mail organizzazione@pdcesena.it - C. F. 90056750400   - Privacy Policy

Il sito web di PD Cesena non utilizza cookie di profilazione. Sono invece utilizzati cookie strettamente necessari per la navigazione delle pagine e di terze parti legati alla presenza dei "social plugin". Per saperne di più Accetto